Ho conosciuto Marco Pisati a Firenze, durante un incontro del ciclo Racconti di Design che curo insieme alla collega Barbara Del Brocco presso Orsolini. È stata una conversazione aperta ed empatica, vissuta con il desiderio di riportare il progetto dentro una dimensione sensibile, concreta, quasi fisica, lontana dai tecnicismi.
Marco mi ha colpita per la sua capacità di tenere insieme rigore tecnico e approccio poetico. Nei suoi progetti l’acqua non è mai solo funzione, bensì materia con cui costruire un dialogo con il corpo.
La conversazione nasce da quell’incontro e da una domanda che continua a tornare: quanto può essere profondo, oggi, il progetto di uno spazio apparentemente tecnico come il bagno?
Da questo dialogo porto con me l’idea del bagno come spazio di relazione tra acqua, materia e tecnica, in cui il progetto non si limita a risolvere un’esigenza funzionale ma a definire soluzioni che aiutano a prendersi cura di sé e a delineare ambienti di comfort quotidiano.
L’importanza del progettista sta proprio nella capacità di dare forma a questo equilibrio.
Quella del bagno è, nella casa, l’esperienza sensoriale per eccellenza: quale ruolo ha il design nell’innescarla?
È curioso come sia necessaria così tanta tecnologia per riprodurre un ambiente naturale. Sembra quasi un paradosso. L’ambiente bagno tende verso la natura, ma si tratta di una natura totalmente artificiale. Caldo, freddo, vapore, acqua: sono elementi tecnicamente e rigidamente controllati all’interno di un sistema nel quale il designer ha il compito e il privilegio di generare un sistema di sensazioni attraverso forma e materia.
A lungo, il design ha prediletto materiali neutri. Ma esiste davvero una materia neutra?
A me piace lavorare per sottrazione, che equivale a una presa di posizione. Quando sottraggo, lo faccio coscientemente, perché voglio creare una situazione, generare una sensazione. Sottraggo per mettere in luce un unico concetto, un’unica idea che voglio trasmettere con chiarezza. In questo processo i materiali diventano protagonisti assoluti, nella loro essenza, nella loro matericità o nella freddezza o lucentezza che sprigionano. La chiarezza del progetto, il suo essere minimale richiede una grande coscienza progettuale.
Progettare l’acqua: controllo o dialogo?
Mi sento vicino ad entrambe le idee, non si elidono a vicenda. Da un punto di vista tecnico, quando progetto, devo necessariamente controllarla, ma, da un punto di vista artistico, devo aprire un dialogo. Ho sempre trovato affascinante l’idea di creare forme solide che potessero racchiudere un materiale così sfuggente e mutevole come l’acqua. Rubinetterie, lavabi, vasche ma anche in fondo i termoarredi che ho progettato interagiscono sempre direttamente con l’acqua. Alcune volte ho assecondato il suo carattere disegnando oggetti leggeri e trasparenti come, ad esempio, il soffione “Iride_IN” per Antonio Lupi, altre volte ho deciso invece di contrapporre alla fluidità dell’acqua forme stechiometriche come, ad esempio, la rubinetteria 28mm disegnata per Treemme Rubinetterie.
Il bagno è lo spazio più intimo. Il design può attivare una forma di cura?
Gli oggetti che ci circondano devono comunicare, devono instaurare un dialogo con chi li usa; quindi, possono diventare attivatori di cura del nostro corpo e della nostra mente. È proprio il designer colui che può infondere negli oggetti questa peculiarità. Amo realizzare oggetti che parlino, che abbiano una loro poesia e che talvolta ci proteggono definendo uno spazio intimo ed armonioso dentro il quale vivere.