In questi anni ho imparato che l’architettura non è mai neutra: porta con sé gesti, memorie, ferite ricucite, e soprattutto sguardi. Lo sguardo femminile, di sicuro non predominante, se non proprio relegato ai margini, è invece una chiave decisiva per comprendere come gli spazi possano trasformarsi in luoghi capaci di accogliere e rigenerare. Quando, insieme all’Associazione Italiana Donne Ingegnere e Architette, ho immaginato un concorso fotografico all’interno del Festival “Visioni di Architettura”, dedicato alle progettiste, non cercavo un esercizio celebrativo, ma un’occasione per affrontare apertamente la questione di genere nella nostra disciplina. Non si tratta di retorica, ma di necessità: più le donne sono riconosciute come protagoniste del progetto, più le città imparano a farsi permeabili, attente, curiose. Inclusive, come si dice oggi.
Le immagini arrivate, tantissime, hanno rimesso in circolo storie che rischiavano di svanire. Hanno riportato alla luce momenti preziosi dell’architettura romana firmata dalle donne, frammenti di un’eredità troppo spesso invisibile. Rivedere quelle opere attraverso obiettivi contemporanei ha mostrato quanto lo sguardo femminile sappia generare una trama viva tra materia e relazione, tra memoria e futuro. In molte di quelle architetture ritrovo la stessa tensione poetica che guida il mio lavoro: la capacità di trasformare crepe in suture, strappi in narrazioni, superfici in pelli che custodiscono fragilità e forza insieme.
Questo concorso mi ha confermato che il tema di genere non è un capitolo accessorio dell’architettura, ma una lente che permette di ripensare i modi stessi dell’abitare. Le donne, quando hanno avuto spazio per misurarsi con la complessità del progetto, hanno mostrato di saper costruire inclusione reale: una qualità che nasce dalla cura come atto strutturale, dalla curiosità come metodo, dall’apertura come fondamento etico. Le città che accolgono questi valori diventano organismi più sensibili, capaci di ascoltare le vite che le attraversano e di rispondere con delicatezza alle loro trasformazioni.
Per questo continuo a credere che raccontare l’architettura al femminile significhi restituire dignità a una memoria diffusa e al tempo stesso coltivare un futuro diverso. Le fotografie raccolte non hanno solo documentato luoghi: hanno rivelato un modo di abitare il mondo. Un mondo che non teme la vulnerabilità, che sa che ogni strato può essere sfogliato e rigenerato, che riconosce nella cura non un ornamento, ma un gesto architettonico essenziale.
È da qui che voglio continuare il mio lavoro: da una trama di memorie che sceglie di restare e di aprire nuove possibilità. Credo che ogni progetto, quando accoglie questa consapevolezza, possa diventare un luogo in cui la città riconosce il proprio volto più umano, e in cui ciascuno di noi trova lo spazio per essere visto e ricordato.