Claudio Papa è, con Marco Pisati, il designer che ho conosciuto in occasione del ciclo Racconti di Design, che ho curato insieme alla collega Barbara Del Brocco presso Orsolini a Firenze. L’occasione giusta per esplorare un tema caro a chi progetta lo spazio dell’abitare: come entrare, attraverso il design, nella vita emotiva di chi vive la casa.
Claudio, in che modo il design può attivare presenza, farci sentire davvero lì, in quello spazio, e non semplicemente di passaggio?
Quando parliamo di funzione, forma e mercato, raccontiamo solo una parte di quello che un oggetto è. Il vero passaggio avviene quando entra in casa: smette di essere una semplice soluzione e diventa presenza. Il design attiva questa presenza quando interrompe l’automatismo dei gesti quotidiani e ci riporta a una maggiore consapevolezza, anche con piccoli dettagli. La materia gioca un ruolo fondamentale: tatto, peso e temperatura non sono solo estetica, ma modi per farci sentire davvero lì. Un oggetto ben progettato non vive isolato, ma dialoga con lo spazio e con chi lo usa, creando relazioni e permettendo interpretazioni personali. Con il tempo, il suo valore cresce legandosi a gesti, ricordi e abitudini, senza mai diventare invisibile. Anche la semplicità conta: a volte è proprio ciò che lascia spazio a farci percepire meglio l’ambiente intorno. In sintesi, il design funziona davvero quando ci aiuta a vivere con attenzione, anche nei gesti più semplici.
Come può un oggetto ben progettato generare empatia, secondo te? Non solo tra persona e oggetto, ma tra le persone che condividono quello spazio? Ti è mai capitato di progettare qualcosa con l’intenzione di “mettere in relazione” più che di risolvere un problema?
L’empatia non sta nell’oggetto, ma nelle relazioni che riesce a far nascere tra le persone. Il design può favorirla creando le condizioni giuste: piccoli rallentamenti nei gesti, spazi che invitano alla vicinanza e momenti condivisi. Gli oggetti più efficaci sono quelli discreti, che non si impongono ma accompagnano, lasciando spazio a chi li usa. Progettare in questa direzione significa spostare l’attenzione dalla funzione alla relazione, pensando a come lo spazio e l’uso possano facilitare connessione e presenza reciproca. In sintesi, il design non crea empatia direttamente, ma può renderla possibile e naturale.
In un tempo in cui le case rischiano di diventare vetrine neutre o set fotografici, come si può progettare qualcosa che restituisca carattere e identità, senza cadere nell’ego del designer? Dove si colloca il confine tra firma e ascolto?
È un confine sottile, ma si misura da quanto un oggetto lascia spazio a chi lo usa. Oggi molte case sembrano perfette perché già “finite”, ma proprio per questo faticano ad accogliere la vita reale. Avere carattere non significa aggiungere segni forti, ma permettere agli oggetti di trasformarsi con il tempo. Non si tratta di togliere identità, ma di spostarla: non più una firma chiusa, ma una struttura aperta in cui altri possano riconoscersi. L’ego tende a chiudere la forma, l’ascolto lascia margini. Un oggetto rigido dice: “Usami così”, uno aperto suggerisce: “Vediamo cosa diventa con te”. Un progetto di successo combina visione e apertura, lasciando spazio all’uso quotidiano e alle persone. Il vero carattere resiste senza irrigidirsi: la firma c’è, ma arretra, e alla fine conta chi lo vive, non chi l’ha disegnato.
Se il design è uno strumento, quale responsabilità ha oggi nel coltivare sensibilità, cura e consapevolezza dentro gli spazi domestici? Possiamo pensare agli oggetti come piccoli dispositivi che allenano l’attenzione e il modo in cui stiamo insieme?
Sì, possiamo pensarci, e forse oggi è inevitabile. Il design non è mai neutro: influenza i gesti, i ritmi e le abitudini, soprattutto a casa, dove si compiono le azioni quotidiane più silenziose ma importanti. Gli oggetti possono diventare piccoli “allenatori”: non insegnano direttamente, ma ci aiutano a usare lo spazio, a toccare, aspettare e condividere in modo più consapevole. Possono farci sentire di più i sensi: tatto, peso, suono e portarci fuori dall’automatismo. Possono stimolare cura, invitandoci a usarli con attenzione. Possono mostrare le conseguenze dei nostri gesti e del passare del tempo.
Anche nei rapporti tra persone gli oggetti contano: alcuni isolano, altri creano piccoli spazi di relazione e presenza condivisa, senza forzare nulla. Oggi il design ha una responsabilità sottile ma concreta: non solo risolvere problemi, ma decidere che tipo di attenzione vogliamo rendere possibile. Tra oggetti invisibili e oggetti troppo invadenti c’è uno spazio ideale: prodotti che accompagnano senza imporsi e creano le condizioni perché certi comportamenti accadano. Ed è lì che il design fa davvero la differenza.